Cecilia Gentile e i suoi bambini di Gaza
Giornalista di Repubblica e scrittrice, Cecilia Gentile in un’intervista con Sara Sbaffi, racconta il suo ultimo libro e parla del binomio donne-giornalismo.
Un corridoio sospeso nel nulla, in mezzo al deserto di una terra disabitata, sempre sotto il tiro delle armi israeliane. È l’ultimo chilometro prima di entrare nella Striscia di Gaza dal valico di Erez. Cecilia Gentile, l’autrice del libro “Bambini all’inferno. Da Gaza ai territori occupati undici storie d’infanzia nel cuore di un conflitto che colpisce prima di tutto gli innocenti” (edito da Salani) lo ha percorso due anni fa in completa solitudine, con paura. Nella Striscia, 360 chilometri quadrati, vivono un milione e mezzo di persone, è uno dei luoghi più densamente popolati al mondo. Oltre la metà sono ragazzi con meno di 18 anni, il 44 per cento bambini con meno di 15. Questo libro è nato dal loro incontro con l’autrice che è entrata nella loro vita e li ha fatti parlare.
Un tavolo tutta al femminile quello che ha partecipato alla presentazione del volume della giornalista di Repubblica, Cecilia Gentile, in occasione della Giornata internazionale dell’infanzia. Sono intervenute Chiara Segrado di Save The Children, Maria Rita Parsi della Fondazione Movimento Bambino, Tana de Zulueta presidente di Unwa Italia e Cecilia D’Elia assessore alle politiche culturali della Provincia di Roma. Unica eccezione per le “quote rose”, Moni Ovadia, che ha letto alcuni brani del libro. “È l’ennesimo scatenarsi della violenza e le vittime sono solo civili. Al di là della retorica o delle posizioni politiche, bambini e donne sono le prime vittime, la tragedia di questi esseri umani ormai è un fiume di dolore – ha detto l’attore prima di cominciare la lettura, a testimonianza che le critiche al governo israeliano non equivalgono per forza all’antisemitismo – Le critiche sono sacrosante, io sono un antinazionalista. Denunciare l’ingiustizia è il primo principio della Torah”.
Cecilia oggi presenti il tuo terzo libro, stavolta sei stata nella Striscia di Gaza e hai raccontato come vivono i bambini. Che esperienza è stata?
Molto molto intensa, credo la più intensa della mia vita. Sono stata dove tutto è estremo: la precarietà, la sofferenza, la miseria, l’odio, l’ingiustizia, la violazione dei diritti. Eppure ho incontrato la vitalità travolgente dei palestinesi, il sorriso contagioso dei bambini, la loro dolcezza. Il libro è dedicato a Vittorio Arrigoni che aveva tenuto i riflettori accesi su Gaza, raccontava tutti i giorni quello che accadeva sul suo sito. E voglio lanciare un appello affinchè questo libro venga letto nelle scuole italiane, così i nostri bambini possono capire come si vive a Gaza.
Negli altri due libri invece sei stata in Africa (“Buongiorno Senegal. In bicicletta da Dakar a Podor”) e in Medioriente (“Segui le donne. Da Beirut alla Palestina pedalando per la pace”). La tua passione per questa parte di mondo com’è nata?
Mi attrae il confronto con la diversità. Ma non deve essere semplicemente differenza, altrimenti mi attirerebbe anche l’Estremo Oriente, che invece non esercita su di me alcun fascino. Mi piacciono l’Africa e il Medio Oriente perché sono un superconcentrato di vitalità, energia, emozioni forti. In Africa gli occhi profondi della gente, l’accoglienza, la fisicità del vivere quotidiano, il contatto con la terra. In Medio Oriente le voci, i profumi, i colori, anche qui la vitalità, il senso forte delle cose, la gente sempre in strada, le donne con il velo. E’ la vita che si manifesta con tutta la sua passionalità.
Criteri di notiziabilità. Come mai di alcuni temi, come proprio Gaza, non si scrive sui giornali? E i media tornano ad occuparsene solo in questi giorni di guerra?
Di Gaza si è scritto solo in occasione dell’Operazione Piombo fuso, a cavallo tra dicembre 2008 e gennaio 2009 ed oggi. C’era la guerra, i morti, i bombardamenti: quasi 1400 morti da parte palestinese e 13 da parte israeliana. Poi tutto è ritornato nel suo stato di conflitto permanente. Per i giornali non c’era più notizia. Non interessava raccontare come si vive lì, per esempio senza luce, senza materiali per ricostruire le case e senza acqua potabile. Lo stesso vale per l’Africa: “Tutti muoiono di fame e di aids: dove la notizia?”, è il ragionamento dei media, che invece non si stancano mai di guardare al mondo anglosassone, agli Usa. Adesso se ne torna a parlare tanto da una settimana, da quando gli attacchi sono ricominciati. Purtroppo questi temi fanno notizia solo nella tragedia.
Giornalista di Repubblica, impegnata in tematiche legate all’ambiente, all’inquinamento e all’infanzia. Hai notato un cambiamento del binomio donne e giornalismo negli anni? Il binomio funziona alla base della professione, ma ai vertici le testate rimangono al maschile. Se da un lato le donne giornaliste aumentano di anno in anno, dall’altro faticano a conquistare i ruoli di responsabilità, hanno salari più bassi e carriere molto spesso congelate. Come mai?
Sono stata assunta il 18 marzo del 1991. Oltre 20 anni di lavoro come dipendente e sono ancora redattrice ordinaria. Perché? Non obbligatemi a rispondere. Nell’ufficio centrale di Repubblica mi sembra ci sia solo una donna. Poi ci sono due donne caporedattrici: Marina D’Amico agli Spettacoli e Valentina Di Salvo in Cultura.
La Annunziata è una donna che sta guidando uno degli esperimenti editoriali più innovativi del momento (l’Huffington Post Italia), pensi che la rete sia un modo per un salto di qualità nell’equiparazione dei sessi?
No, non lo penso. La Annunziata guida l’Huff Post perché ha professionalità da vendere.
Infine un consiglio a una ragazza che vorrebbe entrare nel mondo dell’informazione.
Ritagliarsi un settore che sia tutto suo, stare sulla cronaca, sui fatti, sviluppare una rete capillare di informatori sul territorio e sul web. Prontezza, disponibilità, antennine tese e faccia tosta. E prepararsi a tanta gavetta e a tante delusioni.
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Shades of Women
Lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda
Shades of Women, la manifestazione, iniziata la settimana scorsa con la prima di cinque serate dedicate al mondo della fotografia al femminile ospita trenta tra le più affermate e premiate fotografe internazionali, tra cui Sarah Elliott, Simona Ghizzoni, Bénédicte Kurzen, Ilvy Njiokiktjien, Laerke Posselt, Alisa Resnik Lana Slezic, tutte autrici che hanno vinto importanti premi come World Press Photo o il Pictures of the Years International. La rassegna, ideata dalla fotografa romana Ilaria Prili, si articola in cinque lunedì di proiezioni sul palco del Teatro Due a Roma, ognuna delle quali è dedicata a un tema diverso, con musica e letture di testi che interagiscono con le immagini. Vi sono opere che parlano di violenze e soprusi, di diritti richiesti e negati, di circoli viziosi da spezzare, ma anche di famiglia, amore, arte e bellezza presente anche nel dramma. “Fotografia non soltanto come fatto estetico-cronachistico, ma anche, e forse soprattutto, come arte capace di indagare la psicologia dell’uomo nel suo vivere qui ed ora, nella prospettiva affascinante dei valori e dei problemi dell’essere.
Shades of Women, la fotografia come strumento privilegiato di questa indagine, capace di contribuire a far maturare nella coscienza comune una concezione nuova e più ricca dell’agire fotografico; il Teatro come luogo e simbolo della conoscenza, anche di se stesi: questa è la mia idea della Fotografia e questa la mia proposta”, così Ilaria Prili, curatrice dell’evento, descrive Shades of Women.
Con l’aiuto delle trenta fotografe che partecipano alla rassegna lo scopo è quello di aprire al mondo le indagini, le storie, i fatti e le vicende che appartengono alle più diverse dimensioni della realtà contemporanea e ne rappresentano, allo stesso tempo, una sorta di paradigma, di denominatore comune di situazioni, emozioni, drammi o anche gioie, che avvicinano tutte le donne del mondo al di là dei confini geografici e delle culture cui appartengono.
La prima serata si è tenuta lo scorso lunedì e aveva come titolo Bleeding blossoms – Germogli spezzati, un breve viaggio nelle aberrazioni della violenza, soprattutto quando opprime l’insopprimibile desiderio di libertà e di conquista di elementari diritti di giustizia ed equità. Sono state proiettate immagini di Nadia Shira Cohen sulla Primavera Araba; Rena Effendi sul conflitto in Georgia; Simona Ghizzoni sulla tragedia ancora trascurata del Sahara Occidentale attraverso le testimonianze delle prigionieri sopravvissute (insieme alla fotoreporter era presente la giornalista Emanuela Zuccalà per presentare il progetto di crowdfunding JUST TO LET YOU KNOW THAT I’M ALIVE al sito Emphas.is); Sofie Amalie Klougart sulla base militare della Danimarca dove vengono addestrati giovanissimi soldati che andranno in Afghanistan; Benedicte Kurzen sull’incontro-scontro dei cristiani e dei musulmani in Nigeria centrale; Ilvy Njiokiktjien and Elles Van Gelder sui Kommandokorps del Sud Africa; Lana Slezic sulle donne afghane.
Prossimo appuntamento con Shades of Women sarà il 5 novembre con “Minds in path – I luoghi e i volti”, poi il 19 novembre con “Nasty Circles – Circoli viziosi”, il 3 dicembre con “Binding ways – Le molteplici vie di un legame”, per concludersi il 17 dicembre con “Thin ice – Storie di donne”.
Quali spazi d’azione per la politica delle donne, tra i condizionamenti dell’economia e dei partiti?
Da sempre nel torinese le associazioni femminili si battono attivamente per i diritti delle donne e per la parità di genere. Qualche settimana fa proprio a Torino il collettivo civico delle donne, insieme ad una ventina di associazioni femminili, ha invitato l’assessora alle politiche educative Mariagrazia Pellerino presso la sede dell’associazione Scambiaidee per intervenire sul tema della difficoltà di amministrare la cosa pubblica ai tempi della crisi economica e della rappresentanza, ma anche a prospettare eventuali spazi propositivi e processi partecipativi che si possono aprire tra logiche partitiche e movimentiste.
Un incontro e un tavolo di confronto importante sopratutto se si considera che l’elezione dell’assessora è stata possibile anche grazie al sostegno organizzato delle associazioni alle candidature di donne, come la Pellerino, provenienti, non dalla politica, ma dal tessuto associazionistico stesso. La solida relazione preesistente è stata più volte sottolineata negli interventi delle presenti, così come la soddisfazione per aver conseguito un obiettivo concreto di rappresentanza politica grazie alla logica del sostegno delle donne alle donne.
Come è emerso dagli interventi di alcune delle presenti, che hanno avuto esperienze nella politica locale, e come ha confermato la Pellerino stessa, le relazioni esistenti tra le donne all’interno della politica istituzionale risentono negativamente delle logiche di appartenenza partitica e non ci si può certo aspettare che ogni donna eletta in posizioni di rappresentanza abbia maturato una consapevolezza rispetto alle problematiche di genere; inoltre, le candidature politiche, passano necessariamente attraverso i partiti e chi viene eletta deve comunque fare i conti quotidianamente con questo dato di realtà nel proprio agire. Insomma, la politica delle donne sembra ancora essere ostaggio della politica determinata dagli uomini e molte sfide restano aperte per il futuro.
Parlando delle politiche educative si è evidenziata la spaventosa carenza di risorse economiche messe a disposizione dal governo agli enti locali e che limitano radicalmente la facoltà di operare scelte libere da parte degli assessori. L’ormai famosa spending review non ha toccato i ministeri, ma è ricaduta sugli enti locali, soprattutto sui comuni, che hanno dovuto sopportare il peso dei tagli per il 55%. Inoltre, il comune di Torino, già di per sé fortemente indebitato, quest’anno ha attraversato ulteriori difficoltà, in ragione dello sforamento del bilancio che ha comportato come sanzione il divieto assoluto di assumere personale.
Nello specifico, l’assessorato alle politiche educative esercita competenze su asili nido, scuole d’infanzia e sugli istituti scolastici dell’educazione primaria presenti nel territorio di Torino; il Comune, a differenza di quanto avviene in altre grandi città, ha delegato, tramite gara d’appalto, la gestione di soli 5 asili nido su 54 e gestisce direttamente ben 83 scuole d’infanzia. In quest’ambito, i lavoratori sono a grande maggioranza donne e le educatrici precarie, il cui contratto è scaduto il 30 di giugno, sono circa 250. Garantire servizi educativi di qualità, senza abbassare gli standard del passato, e assumere personale qualificato stipulando contratti di lavoro dignitosi per le lavoratrici sono stati due obiettivi perseguiti con grande difficoltà da Pellerino, in parte per la carenza di risorse, ma soprattutto per il blocco totale delle assunzioni iniziato dal gennaio 2012, a causa del quale non è stato neppure possibile sostituire le educatrici assenti per malattia convocando supplenti; in questa situazione di penuria di personale, le lavoratrici e le responsabili di asili e scuole si sono rese disponibili in ogni modo e si sono adoperate perché i bambini non risentissero negativamente della situazione. Ancora una volta, la responsabilità individuale e l’attitudine alla cura propria delle donne sono andate a colmare le lacune causate dal sistema statale.
Nonostante lo scenario poco rassicurante descritto, Pellerino ha richiamato l’attenzione su note più positive e si è dichiarata convinta che, anche in condizioni avverse e nel momento della crisi della politica e dell’economia, ci siano spazi per realizzare progetti e operare cambiamenti, creando reti di alleanze e di dialogo. In quest’ottica, l’assessora ha stretto rapporti con le sue colleghe di Napoli, Bologna e Milano, città che presentano problematiche simili a quelle di Torino; le relazioni instaurate, basate sul confronto e la cooperazione, oltre a costituire una rete di sostegno, hanno condotto alla presentazione e all’approvazione di progetti relativi alle politiche educative nelle quattro città.
Particolarmente interessante per le associazioni femminili, è il tavolo di discussione aperto da Pellerino per progettare interventi sull’educazione alle differenze di genere da attuarsi nelle scuole di ogni ordine e grado a partire dal prossimo anno, cui hanno partecipato rappresentanti delle associazioni stesse. Insieme ai tavoli di dialogo su tematiche specifiche, i reiterati incontri avvenuti durante l’anno tra l’assessora e le donne del collettivo civico costituiscono un esempio di reale apertura della politica alla partecipazione attiva dell’associazionismo e una volontà di ascolto e produttiva cooperazione da ambo le parti. Riprodurre questo genere di interazione al femminile su larga scala è la meta verso la quale occorre muoversi.
Quando le donne fanno rete… non solo sul web
Tra i molti stereotipi di genere, uno che emerge spesso nei discorsi, anche di persone colte, riguarda la presunta incapacità delle donne di collaborare e creare alleanze in vista del perseguimento di obiettivi. Se abbandoniamo tali preconcetti, tuttavia, possiamo vedere la realtà che ci circonda con occhi nuovi e la realtà dell’associazionismo femminile torinese è una dimostrazione delle grandi risorse relazionali delle donne.
Le associazioni femminili, a Torino, sono quasi una ventina, alcune delle quali nate da una costola del movimento femminista che vanta sul territorio un radicamento quarantennale. Il collegamento e la collaborazione tra tali associazioni è concreta e costante: le rappresentanti di ciascun gruppo, mensilmente, si incontrano, costituendo il Collettivo civico, per confrontarsi e preparare piani d’azione.
L’idea del Collettivo è stata inizialmente promossa da Scambiaidee, associazione femminile autonoma, indipendente ed autofinanziata che opera in tre direzioni egualmente importanti: la lotta contro gli stereotipi di genere, anche attraverso progetti educativi rivolti agli studenti, la sensibilizzazione contro la violenza domestica, la promozione della presenza femminile in politica e in posizioni apicali nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, le ultime elezioni amministrative del Comune di Torino hanno rappresentato un banco di prova; il Collettivo civico si è costituito nel periodo preelettorale poiché si avvertiva l’esigenza di creare una rete di sostegno a candidature femminili di riconosciuta sensibilità per le problematiche di genere. Tale rete ha permesso di ottenere ottimi risultati e, al momento, il mondo dell’associazionismo può contare sull’appoggio di diverse rappresentanti politiche, disponibili ad accogliere e portare avanti fattivamente i progetti presentati.
Il collettivo civico del 20 giugno si è riunito presso la Galleria delle donne di via Fabro, nel centro di Torino, in un’atmosfera calda e familiare; le partecipanti, più o meno giovani, appaiono unite da un orizzonte di pensiero comune, ma anche da relazioni amicali e solidali autentiche. Il primo argomento emerso è stato il convegno che si terrà a Paestum dal 5 al 7 ottobre 2012, dal titolo Primum vivere anche nella crisi. – e dal sottotitolo significativo, la sfida femminista al cuore della politica .
Il Collettivo mirava, in questa occasione, a fare il punto sulle attività svolte durante l’anno e sugli obiettivi raggiunti; in particolare è stato sottolineato come i rapporti con le istituzioni siano stati importanti e positivi e come sia fondamentale, anche per il futuro, consolidare e ampliare la rete relazionale e di collaborazione tra il mondo associazionista e il mondo politico-istituzionale. Un importante risultato conseguito è la prossima apertura di un tavolo di confronto, che coinvolgerà figure istituzionali, donne di cultura ed esperte del linguaggio: la discussione riguarderà messaggi culturali relativi agli stereotipi di genere veicolati dal linguaggio dei media, ma anche da quello dei libri scolastici ed è finalizzata alla definizione di linee guida per un rinnovamento dello stantio e ormai inadeguato linguaggio patriarcale. L’argomento, particolarmente sentito, ha dato spunto a commenti freschi e spontanei sull’uso della nostra lingua, con l’emergere di critiche a diverse espressioni d’uso comune – come l’utilizzo di aggettivi maschili per indicare insiemi di cose o persone in gran maggioranza di genere femminile – o giornalistico.
Ciò che è emerso chiaramente è che, davvero, le donne delle associazioni locali, portano avanti, con passione indomita, molte iniziative, realizzano progetti, si sostengono a vicenda, ottengono cambiamenti di rilievo per quanto riguarda la rappresentanza delle donne in politica e nelle aziende a partecipazione pubblica, lottano per riaffermare diritti che troppo spesso vengono rimessi in discussione, senza scoraggiarsi; prendono decisioni e varano progetti seguendo i tempi lunghi che la discussione democratica richiede e continuano a confrontarsi alla pari, senza creare sistemi gerarchici che possano assimilarsi a quelli tipici della società patriarcale, da loro criticata. Stupisce, ma forse non troppo, che questa realtà non trovi risonanza nei media; anche le televisioni locali, che forniscono informazioni relative al territorio, preferiscono riservare un ampio spazio delle loro rubriche e dei loro telegiornali al calcio. L’unico movimento che ha goduto della luce dei riflettori è Se non ora quando, la cui presenza è stata spettacolarizzata in un momento ben preciso della vita politica nazionale.
Mi sono confrontata con Pier, rappresentante di Scambiaidee, che i media non pubblicizzano l’impegno dell’associazionismo femminile, anche nel risolvere problematiche legate alla violenza di genere, all’integrazione, alla diffusione di modelli culturali e che, insomma, il loro lavoro viene scarsamente riconosciuto e conosciuto dall’opinione pubblica; lei, però, mi ha risposto, serafica, che l’importante è la sostanza, ciò che si fa, non l’immagine che ne risulta all’esterno.
Condivido solo in parte, perché vorrei che le donne e gli uomini di ogni generazione, ma soprattutto le giovani donne, ancora alla ricerca della loro identità, sapessero che esistono donne come Pier, che si impegna quotidianamente per l’affermazione dei diritti delle donne da trent’anni, come Milli, che gestisce la Galleria delle donne e crea occasioni d’incontro e di diffusione di cultura di genere, come Emiliana, che spende le sue competenze per l’Archivio delle donne in Piemonte: sono donne reali, che possono costituire dei modelli di comportamento molto più realistici e costruttivi di quelli che il mondo dello spettacolo propone. Vorrei anche che si sapesse come le donne possano ottenere risultati concreti, perché sanno lavorare insieme, stringere alleanze intergenerazionali, sopportare la lentezza dei cambiamenti, costruire relazioni significative che si ampliano fino a formare reti di solidarietà e supporto; non lo fanno per apparire o ottenere personalmente posizioni di potere, ma per la volontà di perseguire un bene comune per cui non si stancano di agire, per la convinzione che creare una società diversa, in cui una donna sia considerata pienamente persona, alla pari dell’uomo, è possibile e necessario.
Non è finita: #apply194

Grazie a Loredana Lipperini per avere fatto il punto della situazione e per ricordarci che dopo la vittoria di ieri non è tutto finito, anzi il bello inizia adesso. Perchè ora che la legge 194 per il diritto all’aborto è salva bisogna battersi affinchè nel nostro Paese l’applicazione di tale diritto venga garantito a tutte dando di fatto la possibilità alle donne non solo di scegliere liberamente ma di portare a termine tale scelta nel modo quanto più sereno e dignitoso possibile: con la giusta dovuta assistenza medica e psicologica e le necessarie cure. Non è dunque solo una questione di libertà di scelta ma anche di riconoscimento e applicazione dei nostri diritti di donne. E allora #apply194!
E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.
Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
- con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
- con il rafforzamento dei consultori
- con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
- con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
- con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.
Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.
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#SAVE194
Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.
Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.
Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.
Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.
L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.
Inoltre, quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.
Dunque, è importante agire. Vediamo come.
Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:
1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.
Le proposte sono:
Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;
Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.
2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.
Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:
1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.
2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.
L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.
Postato in contemporanea da:
Le Donne per Napoli
Dopo Roma, Reggio Calabria, Perugia, e Torino, il 26 Maggio, il dibattito Donne e Media, promosso da Associazione Pulitzer, per promuovere una nuova, più rispettosa e dignitosa comunicazione del femminile nei media, ha fatto tappa a Napoli.
Nella splendida cornice dell’Istituto di Studi Filosofici, e con il patrocinio della città di Napoli, si sono confrontate sul tema Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica; Enza Panebianco cofondatrice di Femminismo a Sud; e, Francesca Maria Dovetto, docente dell’Università Federico II di Napoli.
Assente, invece, l’Assessora alle Pari Opportunità Pina Tommasielli, alla quale avremmo voluto volentieri cedere la parola.
A moderare l’incontro, la coordinatrice Pari Opportunità per la Campania dell’Associazione Pulitzer, Monica Capo.
Abbiamo ripreso gran parte dell’evento ( fin quando si è scaricata la batteria della cam) e di seguito indichiamo anche il posizionamento degli interventi nei vari video sul canale YouTube di DonneeMedia. (continua…)
Stalking: eccessiva spettacolarizzazione da parte dei media
Il 24 maggio, presso il CSSC (Centro Studi Sessuologia Clinica) della Fondazione Carlo Molo Onlus, a Torino si è parlato di stalking e nuove possibilità di autodifesa ed è emerso un punto importante: c’è un’eccessiva spettacolarizzazione da parte dei media quando si parla dell’art. 612 bis (legge 38 del 2009 del codice penale) che non giova alla questione della violenza sulle donne: riconoscere lo stalking come reato, infatti, non è che un piccolo passo , che non dimostra una chiara volontà, da parte della politica, di affrontare e risolvere nella sua complessità il grave problema della violenza di genere. In realtà, e lo sappiamo, c’è ancora tanto da fare.
Ad affermarlo è l’avvocato Anna Ronfani, vicepresidente di Telefono Rosa Torino con il quale collabora sin dalla sua fondazione , nel 1994, che ha acquisito una profonda conoscenza della problematica della violenza di genere, entro cui si inscrive appunto anche lo stalking.
Nel 2007, il disegno di legge Pollastrini- Bindi, aveva tentato un approccio globale all’articolata questione: si trattava di un concreto piano d’azione, peraltro ideato sulla base di una già esistente legge spagnola, che prevedeva misure di supporto incisive e concrete alle vittime di violenza (creando percorsi di autonomizzazione, formando le forze dell’ordine e la magistratura ad affrontare problemi specifici, incentivando datori di lavoro ad assumere le donne offese). Il disegno di legge, tuttavia, rimase tale.
Più recentemente, in ambito europeo, è stata firmata da soli 20 Paesi la Convenzione di Istanbul , la cui ratifica è avvenuta, ad oggi, solo in Turchia. In Italia, non solo non si è proceduto alla ratifica, ma la Convenzione è sconosciuta all’opinione pubblica e non è stato fatto alcun tentativo di divulgazione dei suoi contenuti, tanto che il testo della stessa è reperibile nel web solo in inglese e in francese, poiché nessuno si è dato il disturbo di tradurla in italiano. (continua…)
Alle giovani generazioni dobbiamo insegnare a lottare per i propri diritti
Per chi non c’era e avrebbe voluto seguire il dibattito proponiamo qui un breve resoconto con i rimandi al video completo dell’evento torinese suddiviso in tre parti e pubblicato sul canale Donne e Media di youtube. L’ultima, la terza, mostra gli interventi e le domande del pubblico. Nella prima parte e nella seconda parte, lo svolgimento del dibattito tra le relatrici.
Parlare di Donne e Media a Torino è stato particolarmente emozionante per diversi motivi. Per la splendida sala del Circolo dei Lettori, per il fatto che a Torino ci sono molte associazioni femminili storiche che da anni si battono per i diritti e la parità delle donne, per il vivace e arricchente dibattito che alla fine abbiamo avuto con il pubblico, uomini e donne, che sono venuti all’evento. È proprio questo scambio, questo confronto con le persone che ogni volta ci vengono ad ascoltare che rende speciale il nostro progetto Donne e Media, un progetto che vuole portare la discussione sulle donne e sui media fuori dai confini della rete, dell’informazione, delle piazze virtuali – per quanto importanti e propositive – e riproporla in contesti reali dove ognuno può raccontare la propria storia, la propria idea, la propria esperienza e al tempo stesso ascoltare quelle degli altri. E non importa se non la pensiamo tutti allo stesso modo, meglio perchè solo con il dibattito e il confronto riusciremo davvero a cambiare qualche cosa, ad imprimere alla nostra società e alla nostra cultura un ritmo nuovo e diverso, un nuovo modo di vedere, intendere, capire, rappresentare e soprattutto comunicare la donna e il femminile. (continua…)
Donne e Media a Napoli
Su 522 aziende mediatiche in tutto il mondo, le donne rappresentano solo un terzo della forza lavorativa a tempo pieno (Global Report on the Status of Women in the News Media 2011). E non c’è da stupirsi visto che proprio i mezzi di comunicazione di massa sono i primi a restituire una immagine della donna stereotipata, falsata e umiliante. In Italia, l’immagine femminile in tv è per il 42,8% quello della velina e della donna spettacolo, per il 42% quello della vittima o del carnefice e per il 23,8% quello dell’esperta (Dati Censis). Il problema non è solo italiano, tutt’altro. In Inghilterra la stampa è stata accusata di essere sessista. Negli Stati Uniti organizzazioni come missrepresentation.orgsi battono perché i media trasmettano alle nuove generazioni modelli femminili positivi e reali.
L’Italia è un Paese ancora molto maschilista, dove l’apparenza conta più di qualsiasi merito, competenza professionale o qualità personale.
Un Paese dove le giovani sognano di diventare veline, dove grazie alla politica abbiamo imparato che cosa sono le escort e, grazie alla tv e alla pubblicità, siamo convinti che il modello femminile al quale assomigliare sia quello di una bambola di gomma tanto perfetta e lucida, quanto finta ed effimera, quanto muta e vuota.
Come si è arrivati a tutto questo? È tutta colpa dei media, della tv in particolare, e dei falsi modelli che trasmettono? O i media fanno da cassa di risonanza, amplificatori di una questione che è prima di tutto sociale e culturale, insita nel nostro vivere quotidiano e nel nostro sentire comune?
Qualunque sia la risposta è necessario parlarne apertamente, sensibilizzare l’opinione pubblica e coinvolgere i media affinchè passi un nuovo messaggio. Bisogna individuare modelli alternativi ai quali guardare, giungere a una diversa definizione e comunicazione del femminile.
Questi i temi al centro del dibattito “Donne e Media”, con giornaliste e professioniste della comunicazione, che si terrà a Napoli sabato 26 maggio alle ore 10.30 presso l’ Istituto Italiano per gli Studi Filosofici.
All’incontro, moderato da Monica Capo, responsabile pari opportunità della Campania, parteciperanno:
Francesca Dovetto, docente presso l’Università Federico II di Napoli
Loredana Lipperini, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica
Enza Panebianco, blogger e co-fondatrice di Femminismo a Sud
Giuseppina Tommasielli, assessora pari opportunità del comune di Napoli.
L’evento sarà preceduto dai saluti del sindaco di Napoli Luigi De Magistris.
Vi aspettiamo sabato 26 maggio ore 10:30 nel Salone degli Specchi dell’Istituto Italiano degli Studi filosofici in via Monte di Dio 14.
Organizzazione e coordinamento:
Associazione Pulitzer: www.associazione pulitzer.it
Comunicazione: Monica Capo e-mail: info@associazionepulitzer.it – tel.: 3494990486
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