Associazione Pulitzer

Si propone di la difesa e la tutela dei diritti previsti nell’ articolo 21 della Costituzione, con particolare riguardo alla tutela del diritto dei cittadini a manifestare il proprio pensiero in qualsiasi forma, alla tutela della libertà di stampa e degli altri mezzi di informazione che debbono essere liberi da censura o ogni altro tipo di autorizzazione;

Sostegno alle attività economiche.

Chi siamo

Si propone altresì di diffondere, sostenere e divulgare la cultura della partecipazione, della condivisione e della creatività e progettualità individuale e di gruppo, con particolare interesse per il settore del giornalismo e dell’ informazione, naturale forma di espressione e realizzazione di ogni individuo.

mondo del giornalismo partecipativo

attività culturali

convegni, conferenze, dibattiti, seminari, proiezioni di films e documenti, concerti, lezioni, confronti con le istituzioni;

attività di formazione

corsi di aggiornamento teorico/pratici “dal basso verso l’alto” comunicazione informazione, istituti di studio gruppi di ricerca.

attività editoriale

pubblicazione di un bollettino, pubblicazione di atti di convegni, di seminari, nonché degli studi e delle ricerche compiute.

Associazione principalmente attraverso i servizi forniti

L’Associazione non ha scopo di lucro e deve essere considerata, ai fini fiscali, come un ente non commerciale. È escluso l’esercizio di qualsiasi attività commerciale che non sia svolta in maniera marginale e comunque ausiliaria, secondaria o strumentale al perseguimento dello scopo istituzionale.

pubblicare giornali periodici o libri a stampa o telematici collaborare con mezzi mediatici.

Ultime dal nostro blog

Cosa ci si può aspettare da un servizio di traduzione legale di prima classe?

Man mano che la globalizzazione prende piede, un numero crescente di aziende in tutto il mondo ha bisogno di servizi di traduzione per poter svolgere attività internazionali. Può trattarsi di tradurre il loro sito web o manuali per prodotti e servizi, ma probabilmente una delle traduzioni più impegnative è quella dei documenti legali.

È essenziale assumere un traduttore legale specializzato per la traduzione di documenti come contratti, corrispondenza legale, certificati e documentazione relativa ai brevetti, perché sono legalmente vincolanti e se non vengono tradotti correttamente potrebbero esserci ripercussioni a lungo termine per voi e la vostra attività.

Potresti essere alla ricerca di un servizio puntuale e di una consegna del lavoro, di un buon prezzo e dell’accuratezza, ma cosa dovresti realmente aspettarti dal tuo traduttore legale?

Una traduzione legale accurata al 100% è imperativa, non solo dal punto di vista lessicale ma anche sintattico. Bisogna prestare molta attenzione ad ogni singola parola e segno di punteggiatura in un documento legale, perché il più piccolo dei cambiamenti può cambiare il significato della frase legale.

Il tuo traduttore legale deve avere una conoscenza approfondita della terminologia legale e, anche se non è essenziale, molti traduttori che lavorano nel servizio legale hanno spesso un’esperienza diretta di lavoro nel settore. Questo permette loro di essere traduttori migliori perché hanno una comprensione completa del testo che stanno traducendo e questa comprensione spesso porta a meno errori. Lavorando sul campo capiranno anche la differenza tra i sistemi giuridici dei paesi sia per la lingua di partenza che per quella di arrivo. Per esempio, sarebbe quasi impossibile tradurre un documento legale dal francese all’inglese senza sapere come funzionano i sistemi legali dei due paesi.

Dovreste anche aspettarvi la riservatezza dal vostro traduttore, i documenti legali contengono spesso dati personali che devono sempre essere trattati con attenzione. Spesso una società di traduzioni offrirà un accordo di non divulgazione, per darvi la massima tranquillità.

La consegna puntuale dei documenti legali tradotti è anche vitale perché nella maggior parte dei casi un progetto non può continuare senza la distribuzione di questi documenti. Assicuratevi che l’agenzia di traduzioni che scegliete di utilizzare sia consapevole delle scadenze, ma che abbia anche abbastanza tempo per tradurre e revisionare il documento – non volete che vadano di fretta.

La necessità di servizi di traduzione legale è in costante crescita, ma questo non significa che dovete aspettarvi un servizio di qualità inferiore, ricercate attentamente il vostro fornitore per essere sicuri di ricevere il servizio che meritate.

Espresso Translations è un’agenzia di traduzione con sede a Milano che fornisce una gamma di servizi di interpretazione e traduzione in tutto il mondo, compresi i servizi di traduzione legale, i servizi di traduzione del settore pubblico e la traduzione di siti web. Da lavori una tantum a servizi di traduzione in corso, il loro team esperto ha le competenze per aiutarvi a comunicare in tutto il mondo.

Leggi come ottenere una traduzione di un testo legale.

Sicurezza delle Giornaliste

Sicurezza delle Giornaliste

Le donne di ogni provenienza e in tutti i paesi sono a rischio e subiscono varie forme di abuso. In tutto il mondo, una donna su tre ha subito qualche forma di violenza fisica e/o sessuale nel corso della sua vita [e questo non include le molestie sessuali]. Le donne che affrontano molteplici forme di discriminazione in base alla loro razza, etnia, disabilità, stato civile (ad es. migranti), orientamento sessuale e altre caratteristiche possono essere a maggior rischio o subire abusi in modo diverso. Questo è anche il caso delle donne che svolgono professioni che sfidano le norme sociali, lo status quo e le dinamiche di potere all’interno della società, come le donne politiche, i difensori dei diritti umani e le giornaliste. La violenza che subiscono è una grave violazione dei loro diritti umani, limita la libertà di parola e di espressione (principi di democrazia e pluralismo) e incide gravemente sui loro impegni professionali e sulla loro capacità di lavorare.

Sicurezza delle Giornaliste

Le giornaliste sono colpite da rischi per la sicurezza specifici di genere come molestie sessuali, violenza sessuale e minacce di violenza. Recenti studi hanno dimostrato che le giornaliste sono particolarmente colpite dalle molestie online (Reporters Without Borders, 2018; OSCE, 2016).

Le molestie contro le giornaliste spesso assumono la forma di attacchi personali, che tendono a non concentrarsi sul contenuto del servizio giornalistico, ma piuttosto sul carattere o sulle parti del corpo della donna, e in casi più estremi includono minacce di violenza sessuale (OSCE, 2016) . In un rapporto pubblicato nel 2018 da Trollbusters e dall’International Women’s Media Foundation, un sondaggio condotto tra 597 donne giornaliste e lavoratrici dei media ha rivelato che quasi due intervistati su tre hanno dichiarato di essere stati minacciati o molestati online almeno una volta. Tra questi, circa il 40% ha dichiarato di aver evitato di segnalare determinate storie a causa delle molestie online.

Sicurezza delle Giornaliste

In un rapporto del 2017 che copre giornalisti di 50 paesi, è stato riscontrato che (IFJ, 2017):
• Il 48% ha subito violenze di genere nel proprio lavoro
• Il 44% ha subito abusi online
• Due terzi non hanno presentato un reclamo formale.
Di coloro che si sono lamentati, l’84,8% non crede che siano state prese misure adeguate in tutti i casi contro gli autori. Solo il 12,3% è soddisfatto del risultato.

Solo il 26% dei luoghi di lavoro dispone di una politica che copre la violenza di genere e le molestie sessuali.
Il Piano d’azione, guidato dall’UNESCO, mira a creare un ambiente libero e sicuro per giornalisti e operatori dei media, sia in situazioni di conflitto che non, sia online che offline, al fine di rafforzare la pace, la democrazia e lo sviluppo in tutto il mondo.

Sicurezza delle Giornaliste

Le sue misure includono, tra le altre iniziative, l’istituzione di un meccanismo inter-agenzia coordinato per gestire le questioni relative alla sicurezza dei giornalisti, nonché l’assistenza ai paesi per sviluppare leggi e meccanismi favorevoli alla libertà di espressione e di informazione e sostenere i loro sforzi per attuare norme e principi internazionali esistenti.

Sicurezza delle Giornaliste

• Gli Stati membri mettono in atto misure sensibili al genere che non impediscano loro di svolgere i loro compiti giornalistici.
• Gli attori dei media per rafforzare una politica di uguaglianza di genere all’interno delle istituzioni dei media e contrastare gli ostacoli sociali, culturali e di altro tipo all’uguaglianza tra giornalisti di sesso maschile e femminile;
• Il mondo accademico per condurre ulteriori ricerche sulle dimensioni di genere della sicurezza.

Lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda

Lo sguardo femminile sulla realtà che ci circonda

Shades of Women, la manifestazione, iniziata la settimana scorsa con la prima di cinque serate dedicate al mondo della fotografia al femminile ospita trenta tra le più affermate e premiate fotografe internazionali, tra cui Sarah Elliott, Simona Ghizzoni, Bénédicte Kurzen, Ilvy Njiokiktjien, Laerke Posselt, Alisa Resnik Lana Slezic, tutte autrici che hanno vinto importanti premi come World Press Photo o il Pictures of the Years International. La rassegna, ideata dalla fotografa romana Ilaria Prili, si articola in cinque lunedì di proiezioni sul palco del Teatro Due a Roma, ognuna delle quali è dedicata a un tema diverso, con musica e letture di testi che interagiscono con le immagini. Vi sono opere che parlano di violenze e soprusi, di diritti richiesti e negati, di circoli viziosi da spezzare, ma anche di famiglia, amore, arte e bellezza presente anche nel dramma. “Fotografia non soltanto come fatto estetico-cronachistico, ma anche, e forse soprattutto, come arte capace di indagare la psicologia dell’uomo nel suo vivere qui ed ora, nella prospettiva affascinante dei valori e dei problemi dell’essere.

Shades of Women, la fotografia come strumento privilegiato di questa indagine, capace di contribuire a far maturare nella coscienza comune una concezione nuova e più ricca dell’agire fotografico; il Teatro come luogo e simbolo della conoscenza, anche di se stesi: questa è la mia idea della Fotografia e questa la mia proposta”, così Ilaria Prili, curatrice dell’evento, descrive Shades of Women.

Con l’aiuto delle trenta fotografe che partecipano alla rassegna lo scopo è quello di aprire al mondo le indagini, le storie, i fatti e le vicende che appartengono alle più diverse dimensioni della realtà contemporanea e ne rappresentano, allo stesso tempo, una sorta di paradigma, di denominatore comune di situazioni, emozioni, drammi o anche gioie, che avvicinano tutte le donne del mondo al di là dei confini geografici e delle culture cui appartengono.

La prima serata si è tenuta lo scorso lunedì e aveva come titolo Bleeding blossoms – Germogli spezzati, un breve viaggio nelle aberrazioni della violenza, soprattutto quando opprime l’insopprimibile desiderio di libertà e di conquista di elementari diritti di giustizia ed equità. Sono state proiettate immagini di Nadia Shira Cohen sulla Primavera Araba; Rena Effendi sul conflitto in Georgia; Simona Ghizzoni sulla tragedia ancora trascurata del Sahara Occidentale attraverso le testimonianze delle prigionieri sopravvissute (insieme alla fotoreporter era presente la giornalista Emanuela Zuccalà per presentare il progetto di crowdfunding JUST TO LET YOU KNOW THAT I’M ALIVE al sito Emphas.is); Sofie Amalie Klougart sulla base militare della Danimarca dove vengono addestrati giovanissimi soldati che andranno in Afghanistan; Benedicte Kurzen sull’incontro-scontro dei cristiani e dei musulmani in Nigeria centrale; Ilvy Njiokiktjien and Elles Van Gelder sui Kommandokorps del Sud Africa; Lana Slezic sulle donne afghane.

Prossimo appuntamento con Shades of Women sarà il 5 novembre con “Minds in path – I luoghi e i volti”, poi il 19 novembre con “Nasty Circles – Circoli viziosi”, il 3 dicembre con “Binding ways – Le molteplici vie di un legame”, per concludersi il 17 dicembre con “Thin ice – Storie di donne”.

Quando le donne fanno rete… non solo sul web

Quando le donne fanno rete… non solo sul web

Tra i molti stereotipi di genere, uno che emerge spesso nei discorsi, anche di persone colte, riguarda la presunta incapacità delle donne di collaborare e creare alleanze in vista del perseguimento di obiettivi. Se abbandoniamo tali preconcetti, tuttavia, possiamo vedere la realtà che ci circonda con occhi nuovi e la realtà dell’associazionismo femminile torinese è una dimostrazione delle grandi risorse relazionali delle donne.

Le associazioni femminili, a Torino, sono quasi una ventina, alcune delle quali nate da una costola del movimento femminista che vanta sul territorio un radicamento quarantennale. Il collegamento e la collaborazione tra tali associazioni è concreta e costante: le rappresentanti di ciascun gruppo, mensilmente, si incontrano, costituendo il Collettivo civico, per confrontarsi e preparare piani d’azione.

L’idea del Collettivo è stata inizialmente promossa da Scambiaidee, associazione femminile autonoma, indipendente ed autofinanziata che opera in tre direzioni egualmente importanti: la lotta contro gli stereotipi di genere, anche attraverso progetti educativi rivolti agli studenti, la sensibilizzazione contro la violenza domestica, la promozione della presenza femminile in politica e in posizioni apicali nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, le ultime elezioni amministrative del Comune di Torino hanno rappresentato un banco di prova; il Collettivo civico si è costituito nel periodo preelettorale poiché si avvertiva l’esigenza di creare una rete di sostegno a candidature femminili di riconosciuta sensibilità per le problematiche di genere. Tale rete ha permesso di ottenere ottimi risultati e, al momento, il mondo dell’associazionismo può contare sull’appoggio di diverse rappresentanti politiche, disponibili ad accogliere e portare avanti fattivamente i progetti presentati.

Il collettivo civico del 20 giugno si è riunito presso la Galleria delle donne di via Fabro, nel centro di Torino, in un’atmosfera calda e familiare; le partecipanti, più o meno giovani, appaiono unite da un orizzonte di pensiero comune, ma anche da relazioni amicali e solidali autentiche. Il primo argomento emerso è stato il convegno che si terrà a Paestum dal 5 al 7 ottobre 2012, dal titolo Primum vivere anche nella crisi. – e dal sottotitolo significativo, la sfida femminista al cuore della politica .

Il Collettivo mirava, in questa occasione, a fare il punto sulle attività svolte durante l’anno e sugli obiettivi raggiunti; in particolare è stato sottolineato come i rapporti con le istituzioni siano stati importanti e positivi e come sia fondamentale, anche per il futuro, consolidare e ampliare la rete relazionale e di collaborazione tra il mondo associazionista e il mondo politico-istituzionale. Un importante risultato conseguito è la prossima apertura di un tavolo di confronto, che coinvolgerà figure istituzionali, donne di cultura ed esperte del linguaggio: la discussione riguarderà messaggi culturali relativi agli stereotipi di genere veicolati dal linguaggio dei media, ma anche da quello dei libri scolastici ed è finalizzata alla definizione di linee guida per un rinnovamento dello stantio e ormai inadeguato linguaggio patriarcale. L’argomento, particolarmente sentito, ha dato spunto a commenti freschi e spontanei sull’uso della nostra lingua, con l’emergere di critiche a diverse espressioni d’uso comune – come l’utilizzo di aggettivi maschili per indicare insiemi di cose o persone in gran maggioranza di genere femminile – o giornalistico.

Ciò che è emerso chiaramente è che, davvero, le donne delle associazioni locali, portano avanti, con passione indomita, molte iniziative, realizzano progetti, si sostengono a vicenda, ottengono cambiamenti di rilievo per quanto riguarda la rappresentanza delle donne in politica e nelle aziende a partecipazione pubblica, lottano per riaffermare diritti che troppo spesso vengono rimessi in discussione, senza scoraggiarsi; prendono decisioni e varano progetti seguendo i tempi lunghi che la discussione democratica richiede e continuano a confrontarsi alla pari, senza creare sistemi gerarchici che possano assimilarsi a quelli tipici della società patriarcale, da loro criticata. Stupisce, ma forse non troppo, che questa realtà non trovi risonanza nei media; anche le televisioni locali, che forniscono informazioni relative al territorio, preferiscono riservare un ampio spazio delle loro rubriche e dei loro telegiornali al calcio. L’unico movimento che ha goduto della luce dei riflettori è Se non ora quando, la cui presenza è stata spettacolarizzata in un momento ben preciso della vita politica nazionale.

Mi sono confrontata con Pier, rappresentante di Scambiaidee, che i media non pubblicizzano l’impegno dell’associazionismo femminile, anche nel risolvere problematiche legate alla violenza di genere, all’integrazione, alla diffusione di modelli culturali e che, insomma, il loro lavoro viene scarsamente riconosciuto e conosciuto dall’opinione pubblica; lei, però, mi ha risposto, serafica, che l’importante è la sostanza, ciò che si fa, non l’immagine che ne risulta all’esterno.

Condivido solo in parte, perché vorrei che le donne e gli uomini di ogni generazione, ma soprattutto le giovani donne, ancora alla ricerca della loro identità, sapessero che esistono donne come Pier, che si impegna quotidianamente per l’affermazione dei diritti delle donne da trent’anni, come Milli, che gestisce la Galleria delle donne e crea occasioni d’incontro e di diffusione di cultura di genere, come Emiliana, che spende le sue competenze per l’Archivio delle donne in Piemonte: sono donne reali, che possono costituire dei modelli di comportamento molto più realistici e costruttivi di quelli che il mondo dello spettacolo propone. Vorrei anche che si sapesse come le donne possano ottenere risultati concreti, perché sanno lavorare insieme, stringere alleanze intergenerazionali, sopportare la lentezza dei cambiamenti, costruire relazioni significative che si ampliano fino a formare reti di solidarietà e supporto; non lo fanno per apparire o ottenere personalmente posizioni di potere, ma per la volontà di perseguire un bene comune per cui non si stancano di agire, per la convinzione che creare una società diversa, in cui una donna sia considerata pienamente persona, alla pari dell’uomo, è possibile e necessario.

Non è finita: #apply194

Non è finita: #apply194

Grazie a Loredana Lipperini per avere fatto il punto della situazione e per ricordarci che dopo la vittoria di ieri non è tutto finito, anzi il bello inizia adesso. Perchè ora che la legge 194 per il diritto all’aborto è salva bisogna battersi affinchè nel nostro Paese l’applicazione di tale diritto venga garantito a tutte dando di fatto la possibilità alle donne non solo di scegliere liberamente ma di portare a termine tale scelta nel modo quanto più sereno e dignitoso possibile: con la giusta dovuta assistenza medica e psicologica e le necessarie cure. Non è dunque solo una questione di libertà di scelta ma anche di riconoscimento e applicazione dei nostri diritti di donne. E allora #apply194!

E’ accaduto ieri. Mentre i giudici della Consulta decidevano sulla legittimità costituzionale dell’articolo 4 della legge 194 sull’interruzione di gravidanza, erano a Roma, Napoli, Salerno, Bologna, L’Aquila, Mestre, Torino, Milano, Livorno, Reggio Calabria. Erano a Londra. Erano in rete: su Facebook, dove venivano condivise notizie e fotografie dai presidi. Erano su Twitter, dove l’hashtag #save194 veniva rilanciato continuamente fino all’annuncio: la Corte respinge il ricorso giudicando “manifestamente inammissibile” la questione di legittimità sollevata.

Erano le donne e gli uomini che ribadivano diritto di scelta. La sentenza ha dato loro ragione.
Tutto finito? No. Tutto comincia, e comincia adesso.
Accendere i riflettori su una questione significa porla in primo piano, dove è giusto che sia. In queste settimane molte donne e uomini si sono chiesti come mai occorra, ancora, difendere una legge degli anni Settanta.
Occorre difenderla, è la risposta, perché quella legge non solo viene posta sotto attacco da anni, in innumerevoli campagne che da questo momento non vanno più, per motivo alcuno, definite “pro life”, ma solo e unicamente “no choice”.
Occorre difenderla perché è come se non ci fosse. Perché la percentuale di obiezione di coscienza (oltre il 90% nel Lazio, ma con numeri altissimi in tutte le regioni italiane) fa sì che per molte donne sia più semplice andare altrove. Rivolgersi a un privato, o espatriare (come fanno altre donne: quelle cui la legge 40 impedisce, di fatto, di diventare madri).
Occorre difenderla non solo perché verrà attaccata ancora, ma perché, fra pochi anni, non ci saranno più neanche quei pochi ginecologi che la attuano, oggi, fra mille difficoltà.
Occorre difenderla e rilanciare:
– con una legge che introduca educazione sessuale e al genere nelle scuole, e campagne sulla contraccezione
– con il rafforzamento dei consultori
– con una presa di posizione netta e pubblica sulla non liceità dell’obiezione di coscienza dei farmacisti per quanto riguarda la pillola del giorno dopo
– con la possibilità reale e diffusa di usufruire della ru486
– con misure che garantiscano l’ingresso negli ospedali di nuovi medici non obiettori e di tutte le altre che sarà possibile mettere a punto in Italia e in Europa, con un coinvolgimento dei rappresentanti dei cittadini che non sia occasionale.

Perché il momento è adesso. I diritti che garantiscono libertà e dignità non sono un ripiego, non sono questione da rimandare a causa di una delle crisi economiche più drammatiche vissute da questo paese. I diritti sono ciò su cui questo paese si regge. Da questo momento, dunque, #apply194.

#Save194

#Save194

Sembra, ogni volta, di dover ricominciare da capo. Facciamolo, allora, e partiamo da una domanda. Questa: “tutte le donne italiane possono liberamente decidere di diventare madri?”. La risposta è no.
Non possono farlo, non liberamente, e non nelle condizioni ottimali, le donne che ricorrono alla fecondazione artificiale, drammaticamente limitata dalla legge 40.
Non possono farlo le donne che scelgono, o si trovano costrette a scegliere, di non essere madri: nonostante questo diritto venga loro garantito da una legge dello Stato, la 194.
Quella legge è, con crescente protervia, posta sotto accusa dai movimenti pro life, che hanno più volte preannunciato (anche durante l’ultima marcia per la vita), di volerla sottoporre (di nuovo) a referendum.
L’articolo 4 di quella legge sarà all’esame della Corte Costituzionale – il prossimo 20 giugno – che dovrà esaminarne la legittimità, in quanto violerebbe ” gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.
Inoltre, quella legge è svuotata dal suo interno da anni. Secondo il Ministero della Salute sono obiettori sette medici su dieci (per inciso, i cattolici praticanti in Italia, secondo i dati Eurispes 2006, sono il 36,8%): in pratica, si è passati dal 58,7 per cento del 2005 al 70,7 per cento del 2009 per quanto riguarda i ginecologi, per gli anestesisti dal 45,7 per cento al 51,7 per cento e per il personale non medico dal 38,6 per cento al 44,4 per cento. Secondo la Laiga, l’associazione che riunisce i ginecologi a difesa della 194, i “no” dei medici arriverebbero quasi al 90% del totale, specie se ci si riferisce agli aborti dopo la dodicesima settimana. Nei sette ospedali romani che eseguono aborti terapeutici, i medici disponibili sono due; tre (su 60) al Secondo Policlinico di Napoli. Al Sud ci sono ospedali totalmente “obiettanti”. In altre zone la percentuale di chi rifiuta di interrompere la gravidanza sfiora l’80 per cento, come in Molise, Campania, Sicilia, Bolzano. Siamo sopra l’85% in Basilicata. Da un’inchiesta dell’Espresso di fine 2011, risulta che i 1.655, non obiettori hanno effettuato nel solo 2009, con le loro scarse forze, 118.579 interruzioni di gravidanza, con il risultato che più del 40% delle donne aspetta dalle due settimane a un mese per accedere all’intervento, e non è raro che si torni all’estero, alla clinica privata (o, per le immigrate soprattutto, alle mammane). Oppure, al mercato nero delle pillole abortive.

Dunque, è importante agire. Vediamo come.
Intanto, queste sono alcune delle iniziative che sono state prese:

1) Lo scorso 8 giugno, Aied e Associazione Luca Coscioni hanno inviato a tutti i Presidenti e assessori alla sanità delle Regioni un documento sulle soluzioni da adottare per garantire la piena efficienza del servizio pubblico di IVG come previsto dalla legge. “Siamo altresì pronti a monitorare con attenzione l’applicazione corretta della legge e, se necessario, a denunciare per interruzione di pubblico servizio chi non ottempera a quanto prevede la legge”, hanno detto.

Le proposte sono:

Creazione di un albo pubblico dei medici obiettori di coscienza;
Elaborazione di una legge quadro che definisca e regolamenti l’obiezione di coscienza;
Concorsi pubblici riservati a medici non obiettori per la gestione dei servizi di IVG;
Utilizzo dei medici “gettonati” per sopperire urgentemente alle carenze dei medici non obiettori;
Deroga al blocco dei turnover nelle Regioni dove i servizi di IVG sono scoperti.

2) La scorsa settimana ha preso il via la campagna contro l’obiezione della Consulta di Bioetica Onlus: qui trovate le informazioni e qui il video.

Diffondere queste informazioni è un primo passo. Ce ne possono essere altri. Fra quelli a cui, discutendo insieme, abbiamo pensato, ci sono:

1) Raccogliere testimonianze. Regione per regione, città per città, ospedale per ospedale, segnalateci gli ostacoli nell’accesso all’IVG e alla contraccezione d’emergenza. Potete farlo anche in forma anonima, nei commenti al blog. Ma è importante: perché solo creando una mappa dello svuotamento della legge è possibile informare su quanto sta avvenendo ed eventualmente pensare ad azioni anche legali.
2) Tenere alta l’attenzione in prossimità del 20 giugno. Lanciate su Twitter l’hashtag #save194, fin da ora.

L’intenzione di questo post è quella di informare. Non è che il primo passo: perché la libertà di scelta continui a essere tale, per tutte le donne.